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domenica 6 settembre 2009

Google, quella "0" rapita dagli alieni E gli strani messaggi: tam tam in Rete

Molteplici teorie sul logo usato sabato e sul codice apparso sull'account Twitter di Google

In Rete il tam tam continua. Perché Google ha scelto sabato di presentarsi con un nuovo logo? E perché proprio quell'immagine di un disco volante che rapisce la "o" gialla? I ben informati lo sanno: quando il logo del motore di ricerca cambia, che si tratti di ricorrenza o anniversario una spiegazione c'è. E proprio l'assenza, quantomeno palese, di una motivazione valida che chiarisse il significato di quella "o" rapita da un ufo ha destato clamore. Ancora oggi il popolo della Rete si domanda quale messaggio il motore di ricerca, tornato domenica alla sua versione classica, volesse trasmettere sabato con la mossa a sorpresa. Voglia di aprire un dibattito sui fenomeni paranormali, scherzo o una oscura ragione?

IL MESSAGGIO - Su blog e siti specializzati teorie e congetture di sprecano. E navigando navigando già sabato i più esperti avevano scoperto un criptico messaggio (forse anche criptato) che Google ha lasciato sul suo account di Twitter e che ha a che fare proprio con la seconda "o" del logo, quella rapita dagli alieni: "1.12.12 25.15.21.18 15 1.18.5 2.5.12.15.14.7 20,15 21,19". «Se si sostituiscono ai numeri le corrispondenti lettere dell'alfabeto - suggerisce il Telegraph - si ottiene "All your O are belong to us" ("tutte le vostre o ci appartengono"). Google Italia comunque non ha fornito spiegazioni. E il dibattito impazza sul web.

LE IPOTESI - Tra le ipotesi una connessione con il festival ufo di Exeter (New Hampshire) che ha avuto inizio proprio sabato, in ricordo dell'ipotetico rapimento di cui è stato vittima un agricoltore americano il 3 settembre del 1965. Anche il Telegraph, quotidiano inglese, sul proprio sito, riporta alcune tesi dei blogger secondo cui sabato ricorreva il primo anniversario dello sbarco degli alieni sulla terra. E c'è in Rete anche chi vede una correlazione tra la scritta con l'Ufo e il libro «Cose davvero strane che mi sono capitate» della futura first lady giapponese, Miyuki-san, pubblicato lo scorso anno. Per gli appassionati del genere, questo è solo un modo per aprire un dibattito su fenomeni troppo spesso, e molto velocemente, archiviati come inspiegabili. Ma altri si chiedono: «Non sarà forse un altro scherzo alla Orson Welles?». Per ora, l'unico dato certo è che su Google le parole «fenomeno inspiegabile» sono le più ricercate.

«Uccise con crudeltà»: resta in carcere il fratello della vedova

MARIA TERESA PROCACCI FU TROVATA SEMINUDA NELLA SUA AUTO

Per l'accusa, l'uomo avrebbe deciso di eliminare la sorella per entrare in possesso dell'eredità paterna

MILANO - Ha ucciso con «una particolare crudeltà e un particolare accanimento», Pasquale Procacci, l'ex funzionario dell'Audit dell'Agenzia delle Entrate di Milano, arrestato circa un mese e mezzo fa con l'accusa di aver assassinato, per una questione di eredità, la sorella Maria Teresa, 61 anni, trovata seminuda nella sua auto in viale Sarca il 28 aprile scorso. È uno dei passaggi delle motivazioni con cui i giudici del Tribunale del Riesame, qualche settimana fa, hanno deciso di respingere la revoca della custodia cautelare in carcere presentata dal difensore dell'uomo, l'avvocato Corrado Limentani. I giudici nel loro provvedimento confermano la ricostruzione del pm Letizia Mannella, che ha coordinato le indagini condotte dalla squadra mobile.

IL FRAMMENTO DI GUANTO - In particolare avvalorano il risultato delle analisi effettuate sul frammento di guanto di lattice rinvenuto nella macchina dove è stato ritrovato il cadavere della donna e che sono state fondamentali per far finire a San Vittore il fratello di 65 anni. «L'esito di questi esami - hanno scritto nell'ordinanza - porta dunque ad una unica interpretazione, ossia che il frammento del guanto di lattice in questione derivi dal guanto di lattice utilizzato da chi ha commesso l'omicidio, che vi ha lasciato dentro la sua traccia biologica, appunto Pasquale Procacci». A casa di Procacci, tra l'altro, è stata sequestrata una scatola di guanti monouso dello stesso tipo e della stessa identica misura di quelli a cui apparteneva il frammento.

L'EREDITA' - Il Tribunale, inoltre, accredita la tesi di inquirenti e investigatori che hanno individuato il movente dell'omicidio nei litigi tra i fratelli in merito alla gestione dell'ingente patrimonio lasciato dal padre nel gennaio del 2008 . «Se è vero che l'intenzione della vittima di cambiare testamento e di lasciare i suoi beni alla figlia del nipote, in beneficenza ed al cane - si legge ancora nel provvedimento - (...) è sicuro» che l'ingente somma ereditata era in concreto gestita da Pasquale Procacci, il quale «aveva un atteggiamento rispetto al denaro opposto a quello della sorella». La difesa ha intenzione di impugnare il provvedimento in Cassazione, mentre l'accusa probabilmente chiuderà le indagini a breve e chiederà per Procacci il giudizio immediato.

Cade aereo durante manifestazione aerea

DURANTE UN'ESIBIZIONE A MONTICHIARI, IN PROVINCIA DI BRESCIA

Un pilota è morto e il suo secondo è rimasto ferito

BRESCIA - Un aereo d'epoca da esibizione è precipitato domenica pomeriggio sulla pista durante una manifestazione a Montichiari in provincia di Brescia, per il centenario dell'aeroporto intitolato a Gabriele D'Annunzio. Il pilota è deceduto e il suo secondo è rimasto ferito. La manifestazione è stata subito annullata. In un primo momento si era diffusa la notizia che l'aereo coinvolto nell'incidente fosse delle Frecce Tricolori, presenti a Montichiari e che si sarebbero dovute esibire alle 17. Ma subito dopo l'Aeronautica militare ha smentito.

Voto Afghanistan: Karzai aumenta vantaggio, ora è al 48,6%

ANNULLATE LE SCHEDE IN 447 SEGGI PER BROGLI

Vicina la vittoria al primo turno per il presidente uscente



Hamid Karzai (Ansa)KABUL - Con poco meno di tre quarti dei voti scrutinati alle presidenziali in Afghanistane, Hamid Karzai aumenta il suo vantaggio ed è a un passo dalla vittoria al primo turno. Il presidente uscente è ora dato dalla Commissione elettorale al 48,6%. Quando è stato vagliato il 74,2% delle schede, Karzai vede aumentare la propria percentuale dal 43% dell'ultima rilevazione resa nota lo scorso 26 agosto. Il suo principale sfidante, l'ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, ha ottenuto il 31,7% (nell'ultima rilevazione aveva il 34%), nettamente staccati gli altri principali candidati: Bashardost con il 10,7% e Ghani con il 2,7%.
BROGLI - Daud Ali Najafi, funzionario della Commissione elettorale, ha riferito che a causa di irregolarità e brogli sono stati annullati i voti in 447 dei 28 mila seggi in tutto il Paese, una percentuale pari all'1,6%.

NATO - Intanto l'Isaf ha smentito la notizia pubblicata dal Washington Post secondo la quale sarebbero state accertate violazioni delle regole Nato per il bombardamento aereo di venerdì scorso a Kunduz in cui ci sono state decine di vittime. Il portavoce dell'Isaf ha detto che sono ancora in corso indagini e non è stato ancora presentato un rapporto, né appurato il bilancio preciso del raid. Secondo i nuovi dati forniti dal governatore della provincia di Kunduz i morti sono stati 54, di cui solo sei erano civil e tra questi un bambino. Intanto un secondo soldato francese è deceduto per le ferite riportate in un attentato dinamitardo di venerdì, nel corso del quale era morto un militare di Parigi e altri otto erano rimasti feriti.

BLITZ IN OSPEDALE - Un ospedale del Comitato svedese per l'Afghanistan (Sca), una Ong che opera nella provincia di Maidan Wardak, è stato oggetto di un blitz di soldati americani nel quale sono state fermate sei persone, quattro impiegati e due familiari dei pazienti. I militari hanno ordinato allo staff medico di segnalare al comando se chi si presenta in ospedale è un sospetto combattente, e di attendere le decisioni dei militari prima di accogliere il ferito. Il responsabile della Sca ha dichiarato che «si tratta di una violazione inaccetabile dei principi umanitari riconosciuti in tutto il mondo sull'inviolabilità dei luoghi di cura e di chi ci lavora nelle aree di conflitto».

Geri Halliwell: fisico perfetto e sorriso smagliante






Geri Halliwell si diverte al mare, non come le sue colleghe che spesso sfilano in bikini, ma non riescono a sorridere, nonostante i loro corpi perfetti e il costume all'ultima moda. L'ex Spice, mantiene il suo piglio "peperino" e fa tuffi in acqua come se fosse una ragazzina e non una madre, il suo fisico è scolpito e tonico e il suo sorriso smagliante, si vede che diventare mamma le ha regalato più energi

Rossi domina a Misano

MISANO (6 settembre) - Valentino Rossi ha vinto il Gran premio di San Marino valido per il Mondiale di Moto Gp, davanti allo spagnolo Lorenzo, suo compagno di squadra nella Yamaha.

Barbera vince nella 250. Hector Barbera su Aprilia ha vinto la gara della classe 250 del Gp di San Marino. Lo spagnolo ha preceduto Mattia Pasinie il connazionale Alvaro Bautista, entrambi su Aprilia.

Il campione del mondo Marco Simoncelli non ha concluso la gara a causa di una caduta e ha così compromesso il suo mondiale. Simoncelli è caduto mentre era in lotta per il primo posto, durante il dodicesimo giro.

Giornata sfortunata per la Gilera: dopo il campione del mondo è finito a terra, al 20/o giro anche Roberto Locatelli.

Lo spagnolo Julian Simon su Aprilia ha vinto invece la gara della classe 125. Ha preceduto il connazionale Nicolas Terol e il britannico Bradley Smith, anch'essi su Aprilia. All'ultimo giro Andrea Iannone (Aprilia) e Pol Espargaro (Derbi) si sono toccati e sono entrambi finiti a terra all'ultima curva prima del traguardo quando erano in lotta per la prima posizione. Il primo degli italiani al traguardo è stato Simone Corsi (Aprilia), settimo. A punti la wild card Riccardo Moretti (Aprilia) in 13/a posizion

E' Penny il cane più vecchio al mondo?




Qualche giorno fa la notizia dell'addio a Chanel, che con i suoi 21 anni era considerata la cagnolina più vecchia del mondo.
La cagnetta era entrata nel Guinness World Records a maggio dopo la morte di un beagle di 28 anni della Virginia. In lizza per la successione come cane più vecchio del mondo si era presentata Max, della Louisiana, che secondo i suoi padroni avrebbe 26 anni ma che non ha ancora presentato i necessari documenti per dimostrare il primato.
Ora da una radio locale tedesca avanza la candidatura di Penny che, secondo quanto racconta la sua proprietaria, avrebbe 25 anni certificati da un tatuaggio riportato sull'orecchio del cane.

In questa gallery le immagini di Penny.

NOEMI: NON SONO CAUSA DEL DIVORZIO PREMIER-VERONICA

ROMA - "Tutti possono vedere che non sono io la ragione del divorzio" tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Noemi Letizia parla con la giornalista Daphne Barak del Daily Mail (l'intervista, pubblicata sul sito del giornale britannico, andrà in onda stasera anche su Sky Tg24) e rompe il silenzio sul suo rapporto con il presidente del Consiglio, dopo quattro mesi dalle dichiarazioni di Veronica Lario "sorpresa" per la partecipazione del marito alla festa per i 18 anni della ragazza a Casoria. "C'é un grande scandalo - racconta - ma la realtà è diversa. Io voglio correggere questa disinformazione. Come può una festa di 18 anni rovinare un matrimonio? E, se così fosse, che matrimonio sarebbe? Io non ho niente a che fare con questo. Quello che dice Veronica non mi tocca. Sono problemi della sua famiglia. Non posso esserne accusata io". "Conosco Silvio da quando mi ricordo. Quando mio padre lo vedeva, mi portava con sé. E' successo molte volte. Ma per me era una cosa normale", aggiunge. E dice di aver dato a Berlusconi il 'nomignolo' di 'papi' "perché era così dolce". La ragazza napoletana dice che, alla festa di Casoria fu suo padre ad invitare Berlusconi. "Per me - dice - fu una sorpresa, fu una sorpresa per tutti. Io davvero non ne sapevo niente".

Noemi continua il racconto sull'invito di Berlusconi alla sua festa. "Mio padre l'ha chiamato perché sono amici. E' solo un rapporto tra due padri, tra due famiglie. Io sono stata coinvolta solo per questo". Secondo la ragazza, i giornalisti "hanno inventato storie sui rapporti" tra il premier e suo padre e "l'hanno fatto diventare insano. Per questo siamo tutti arrabbiati". Noemi afferma che, malgrado il bellissimo regalo che la ha portato, la partecipazione di Berlusconi alla festa del 26 aprile è stata senza clamori. "Silvio era a cena al nostro tavolo. Poi è andato via perché aveva impegni di lavoro. Forse non è normale avere un presidente per amico, ma non mi pare giusto attaccare una ragazza di 18 anni. Tanto più che alcuni attacchi sono stati davvero forti". Tanto più che, aggiunge, il suo giudizio è molto negativo "su quegli uomini adulti che non ci pensano due volte prima di correre dietro a una diciottenne". Un concetto analogo a quello espresso anche da Barbara Berlusconi nell'intervista concessa prima dell'estate a Vanity Fair. Ma con la figlia del premier, che aveva sottolineato di non aver "mai frequentato uomini anziani" Noemi è molto critica, giudicando le sue dichiarazioni "antipatiche" e "senza senso". "Avrebbe dovuto capire che non era proprio il caso di parlare in quel modo e dire quelle cose su una ragazza. Lei è un'adulta, una mamma. Ma sono sicura che è una brava persona".

Noemi dice anche di non interessarsi abitualmente di politica. "I politici - afferma - devono essere giudicati secondo quello che fanno per i cittadini". In ogni caso, conferma "naturalmente" il suo voto per "Silvio". "Ma non perché è amico di mio padre", piuttosto perché "é una persona molto divertente, una brava persona, sa quello che fa. E' un leader perché ha una straordinaria personalità". La giornalista inglese, nel servizio pubblicato dal Daily Mail, dà conto delle polemiche di questi giorni sul 'caso Boffo' - tra Avvenire e Il Giornale della famiglia Berlusconi - che hanno coinvolto il governo. E scrive anche di una visita "notturna" che Berlusconi avrebbe fatto "in Vaticano" "apparentemente nel tentativo di "riallacciare i rapporti". "Per ora - scrive Barak - Berlusconi resta popolare tra gli elettori italiani, ma ha dovuto lavorare duro per respingere le critiche alla sua condotta personale". Nell'intervista, Noemi afferma poi che Berlusconi non ha "nulla di cui chiedere scusa" a lei e alla sua famiglia. "Non abbiamo fatto nulla di male, lui non è stato la causa di niente. Sono stati altri" i responsabili di ciò che è successo. "Lo ripeto: hanno trasformato un rapporto personale in una storia maliziosa. Sono state dette tante cose cattive su di me e su tutti noi". La ragazza tiene a dire anche che non sono vere le voci riportate dai giornali, secondo le quali avrebbe "molti fidanzati": "Io sono single".

"Conosco Silvio da quando ho ricordo", "per me era una cosa normale". Nella lunga intervista rilasciata al Daily Mail, Noemi Letizia spiega l'origine dell'amicizia con il presidente del Consiglio e anche da dove è nato il soprannome 'papi'. Al quotidiano che si chiede "come mai il padre Benedetto - un piccolo commerciante di Portici, un'oscura città vicino Napoli, con piccole proprietà - era diventato un amico di lunga data del ricco Berlusconi", sottolineando come "per molti l'origine della loro conoscenza sia ancora poco chiara", Noemi risponde di conoscere il premier da sempre perché il padre la portava con sé "quando andava a trovare Silvio". "Non è che Silvio fosse una persona straordinaria per me". "Infatti, quando ero piccola - prosegue - gli ho dato il nomignolo che tutti conoscono ora. Perché io sono una persona dolce, mi piace dare nomignoli alle persone che amo. E così ne ho dato uno a Silvio, perché è dolce. Era per dimostrargli affetto".

Commenti "antipatici" e "insensati". Così, in una lunga intervista al Daily Mail, Noemi Letizia definisce le parole di Barbara Berlusconi, una delle figlie del premier e di Veronica Lario, che in una intervista a Vanity Fair si era detta "stupita" dal caso Noemi e che lei non aveva mai frequentato "uomini anziani". "Avrebbe dovuto capire che non c'é bisogno di dire quelle cose di una ragazza giovane - ribatte Noemi - lei è un'adulta. E' una madre. Ma sono sicura che è una brava persona".

Batteria scarica? Ecco come farla ripartire

Le batterie causano migliaia di guasti di ogni anno, ma se la vostra è soltanto scarica forse non avete bisogno dell'aiuto di un meccanico.


Stavo proprio per farVi una domanda: quale pensate sia la principale causa di guasti per una automobile? Qual'è il danno più comune che vedo ogni giorno nella mia officina? Beh la risposta, probabilemnte il titolo dell'articolo è un buon un indizio, è la batteria scarica. Quasi metà delle metà delle richieste di assistenza che riceviamo durante l'anno sono dovute a problemi con la batteria.

A volte una batteria scarica indica che avete un alternatore difettoso. Se avete appena installato una nuova batteria che si è scaricata nel giro di un paio di settimane, potrebber esser proprio quella la causa. In tutti gli altri casi spesso le cause dei guasti sono da imputarsi a scarsa dimestichezza, dimenticanze o negligenze.

Fortunatamente le batterie scariche sono facili da ripristinare. Tutto quello di cui avete bisogno è un altro automobilista disposto a dedicarvi quindici minuti del suo tempo.


Anche se la batteria è completamente scarica, cambiarla è molto semplice e lo si può fare anche da soli. Non avrete bisogno di strumenti particolari, e una presa collegata al motore sarà sufficiente, molte auto inoltre hanno già un piccolo kit di sopravvivenza con gli attrezzi necessati a far fronte a questo tipo di imprevisti

Come tutti sappiamo, lasciare le luci accese è la principale causa dello scaricamento delle batterie. Se è solo per poche ore probabilmente i danni non saranno irreparabili. Ma se avete lasciato la vostra auto per due settimane in aeroporto Spagna, magari durante le vostre vacanze, rischierete di trovare la vostra fuori uso.


La tecnologia delle batterie non è cambiata di molto da quando ho iniziato a lavorare molto tempo fa.
La maggior parte di esse utilizzano ancora piombo e acido solforico. Quelle più costose utilizzano piombo-calcio e piombo-antimonio, ma l' idea di base è la stessa.

Non voglio addentrarmi nella scienza, ma il motivo per cui le batterie a piombo o ad acido solforico durano per anni, in media da cinque a sette, è che il processo chimico è reversibile. Questo significa che sono le batterie ideale per uso automobilistico, perché possono essere utilizzate più e più e più volte. Sono le batterie ricaricabili più economiche.


Se avete la batteria scarica, il riavviare l'auto è piuttosto facile, ma controllate il vostro manuale d'uso prima! Alcune vetture, in particolare per i modelli ad alte prestazioni, non possono esser riavviate.

Per riavviare l'automobile, basta avvicinare l'auto "sana" a quella con la batteria scarica in modo che le rispettive batterie siano posti una di fronte all'altra. Aprite i cofani e tirate fuori i vostri cavi per la batteria. Azionate i freni, spegnete il motore e assicuratevi che le vostre auto non si tocchino. (non dovete fare in modo che le auto si conducano elettricità)

Prima usate il cavo rosso. Collegare un morsetto (molletta) all' estremità positiva (+) della batteria funzionante e l'altro all'estremità positiva ( +) della batteria scarica.

Ora prendete il cavo nero. Collegare un morsetto (molletta) all' estremità negativa (-) della batteria funzionante e l'altro all'estremità negativa ( -) della batteria scarica.

Attendere un paio di minuti per consentire ai cavi di voltaggio di assestarsi e quindi provare ad avviare la macchina con la batteria funzionante. Attendere un minuto e quindi avviare anche la macchina con la batteria scarica. Lasciarle entrambe al minimo per circa dieci minuti. Poi spegnere i motori di entrambe le auto e scollegare i cavi della batteria in ordine inverso (iniziate con ).

Avviare prima la macchina che ha avuto la batteria scarica e guidate energicamente per 15 minuti in modo da aiutare la batteria a ricaricarsi del tutto. Lasciate spento tutto quello che abbassa il livello della batteria: non utilizzate l' aria condizionata, spegnete la radio e le luci e non accendete sigarette. Se la macchina non si riavvia dopo 10 minuti questo può significare che c'è un problema: o la batteria è irrecuperabile oppure c'è un problema più serio.


Ogggiorno è possibile connettere i cavi delle batterie anche attraverso le prese degli accendisigari delle due automobili. Io non le ho mai utilizzate, ma sembra una idea intelligente. Ma credo che il mio sia modo più sicuro. Oggi le auto dipendono motlo dall'elettronica, cerhiamo di non danneggiarle.


Se avete bisogno di cambiare la batteria, leggete attentamente il libretto di istruzioni. Quando si acquista una macchina batteria, è pronta per l'uso e già carica. Se guardate attentamente, dovreste trovare una data sul retro. Non acquistate una batteria che è rimasta sugli scaffali per più di sei mesi. Quale sarebbe il vantaggio di sostituire una batteria scarica con una batteria che sta per scaricarsi?

Tessera del tifoso, il no degli ultras: 20 settembre corteo a Roma o L'Aquila

ROMA (5 settembre) - Una manifestazione unitaria a Roma o all'Aquila, domenica 20 settembre, oltre a singole iniziative come lo sciopero del tifo e la diserzione delle curve. Sarebbe questa la decisione presa dagli ultras del calcio nel corso dell'incontro a Roma contro la tessera del tifoso. Dopo tanti scontri negli stadi, gli ultrà sembrano dunque fare fronte comune: la tessera del tifoso «è una limitazione della nostra libertà», hanno ripetuto gli organizzatori dell'iniziativa che ha visto convergere su Roma tifoserie di destra e di sinistra, di squadre del Nord e del Sud, dalla serie A alla Lega Pro, in tutto almeno 500 persone. Presente anche l'ex deputato verde Paolo Cento.

Un incontro blindato dalla cortina degli stessi tifosi, con magliette bianche con la scritta che è diventato il loro slogan, «no alla tessera del tifoso». Assoluto il divieto di parlare con i giornalisti: «Se sbagliamo con le parole per ignoranza - affermano - quello che diciamo viene mal interpretato» è la risposta ad ogni richiesta.

Italiano arrestato per baci alla figlia La moglie: contro di lui solo preconcetti

Un filmato, le dichiarazioni di un bagnino e di una cameriera
scagionerebbero l'imprenditore di Guidonia, Giuliano Tuzi




SAN PAOLO (5 settembre) - Ore decisive per la scarcerazione di Giuliano Tuzi dell'imprenditore di Guidonia arrestato a Fortaleza per presunte molestie sulla figlia di otto anni: la decisione del giudice potrebbe arrivare martedì. Lo ha detto l'avvocato dell'imputato, Flavio Jacinto Silva, che sta cercando di far ottenere al suo assistito quanto meno la libertà provvisoria. Se il giudice non si pronuncerà entro oggi, il quarantottenne italiano dovrà trascorrere nel carcere di Fortaleza almeno altri tre giorni, dato che il tribunale tornerà a funzionare solo martedì, essendo lunedì in Brasile festa nazionale.

L'avvocato si è detto «molto ottimista» sulla possibilità di rilascio del suo cliente, già molto provato dall'arresto e dalle gravi accuse di molestie sessuali che gli sono state rivolte. Se giudicato colpevole, l'uomo rischia da 8 a 15 anni di reclusione in base alla nuova legge brasiliana anti-prostituzione approvata il mese scorso.

Intanto la figlia dell'imprenditore, interrogata dalla responsabile del commissariato per la lotta allo sfruttamento, ha negato qualsiasi molestia da parte del padre, confermando solo i "bacini" sulla bocca. In difesa dell'uomo è intervenuta anche la moglie, una brasiliana di Fortaleza, che ha negato qualsiasi atteggiamento sconveniente del marito verso la figlia e si è detta scioccata per il malinteso.

La televisione brasiliana ha trasmesso alcuni spezzoni di video ripresi dalle telecamere di sicurezza dello stabilimento balneare: in una delle sequenze si vede l'imprenditore uscire dallo stabilimento prima dell'intervento della polizia, mentre cammina abbracciato alla bambina seguito dalla moglie. In un'altra, un bagnino e una cameriera dello stabilimento smentiscono che vi sia stato qualsiasi comportamento scorretto o ambiguo da parte dell'uomo.

Il caso, avvenuto su una spiaggia di Fortaleza chiamata "Praia do Futuro" all'interno dello stabilimento "Complexo CrocoBeach", sarebbe da attribuire secondo l'avvocato a un eccesso di zelo da parte di un'anziana coppia di brasiliani che ha portato all'intervento della polizia locale, impegnata nella lotta alla prostituzione infantile dilagante nella località balneare del nordest del Brasile.

L'imprenditore, 48 anni, di Guidonia, che ha ricevuto nel corso della giornata di ieri vari attestati di benemerenza e buona condotta tramite il consolato italiano di Recife, trascorre le vacanze con la compagna nello stesso stabilimento balneare del paese da dodici anni.

La moglie di Giuliano Tuzi, l'imprenditore di Guidonia (Roma) arrestato due giorni fa nella località balneare brasiiana di Fortaleza per asserite molestie alla figlia di otto anni, difende a spada tratta il marito. In un'intervista televisiva, la 38enne Adriana, spostata da undici anni con Tuzi, ha affermato che se avesse il minimo sospetto che le accuse di palpeggiamenti fossero vere, «non esiterei un attimo a mettermi dalla parte della bambina».

Preconcetti razziali. «Sono sicura che la denuncia contro mio marito è dovuta anche a un certo preconcetto razziale - ha detto la donna, originaria proprio di Fortaleza -. Hanno visto uno straniero, bianco, che giocava e baciava una ragazzina molto scura di pelle e hanno subito immaginato il peggio».

Il fatto più grave, secondo la signora Tuzi, è stato il comportamento della polizia, che non ha voluto sapere niente prima di portarsi via il marito. «Gli agenti sono arrivati e hanno chiesto a mia figlia chi era l'uomo che era con lei, a lui hanno chiesto i documenti e poi l'hanno arrestato, senza chiedermi niente o raccogliere la minima testimonianza intorno: erano già convinti che fosse colpevole, credevano di aver preso un pedofilo».

Quanto ai baci sulla bocca, ha proseguito la donna, lo facciamo tutti in famiglia, anch'io bacio così mia figlia. Tuzi è rinchiuso in una cella individuale del carcere di Fortaleza, con un materasso e un ventilatore che gli è stato portato dalla moglie. La famigliola doveva tornare in Italia mercoledì prossimo e Adriana spera ancora di riuscire a prendere quell'aereo

Il Brasile batte Maradona e si qualifica

VERSO IL MONDIALE IN SUDAFRICA

Sconfitta 3-1 l'Argentina dell'ex Pibe de Oro. Il ct della Selecion: «Vado avanti, possiamo farcela»

ROSARIO - Il Brasile è qualificato al Mondiale del Sudafrica, e la cosa non fa notizia. La novità è che la nazionale verdeoro stacca il biglietto battendo in trasferta 3-1 l'Argentina del ct Maradona.


LA PARTITA - Allo stadio «Gigante de Arroyito» l'Argentina ha subìto una sconfitta bruciante, che rende tra l'altro molto difficile il cammino verso il Sudafrica. Nel suo girone è infatti quarta alle spalle di Brasile, Paraguay e Cile, e rischia di dover affrontare lo spareggio con il quinto classificato del gruppo Concacaf. Il Brasile ha vinto grazie alle reti di Luisao e Luis Fabiano (doppietta), mettendo in mostra un Kakà in forma e un gioco efficace sotto la guida del ct Dunga. Il gol della Selecion è stato firmato dal «napoletano» Jesus Datolo. I tifosi argentini, molto delusi, hanno visto il loro idolo più famoso, Lionel Messi, ingabbiato in un perfetto controllo difensivo del Brasile.
«NON LASCIO» - Maradona alla fine appare molto deluso ma non vuole arrendersi: «Dobbiamo continuare a lavorare e andare a prendere i tre punti in Paraguay, sarà dura ma possiamo vincere». Il Ct della nazionale Argentina precisa che non ha intenzione di lasciare, che «vuole andare avanti» e di averne già parlato con Julio Grondona, presidente della Federcalcio argentina. Il suo impegno, afferma, è «indissolubile».

Il Campiello a Margaret Mazzantini

LA 47ESIMA EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO

«Venuto al mondo», ambientato a Sarajevo, conquista il riconoscimento con ampio margine di voti

VENEZIA - Il premio Campiello 2009 va al romanzo di Margaret Mazzantini «Venuto al mondo», edito da Mondadori. La vincitrice della 47esima edizione del premio letterario ha staccato sin dall’inizio tutti gli altri diventando, col procedere dello spoglio, praticamente irraggiungibile. In favore del romanzo ambientato a Sarajevo, nell'anno delle olimpiadi invernali, si sono espressi 129 voti dei quasi trecento giurati della giuria popolare. Gli altri quattro autori finalisti hanno avuto rispettivamente, su 285 votanti: Elena Loewenthal con «Conta le stelle, se puoì» (Einaudi) 60 voti, Andrea Vitali con «Almeno il cappelo» (Garzanti) 57, Francesco Recami con «Il superstizioso» (Sellerio) 24, Pierluigi Panza con «La croce e la sfinge» (Bompiani) 15.

IL ROMANZO VINCITORE - «Venuto al mondo» inizia a Sarajevo e a Sarajevo finisce il romanzo di Gemma, che conosciamo mentre parte per quella città, per le Olimpiadi invernali del 1984, e dove incontrerà due degli uomini della sua vita, con cui si ritroverà sempre nella stessa città durante il terribile assedio del 1992. In primo piano la storia vera, alta e drammatica dei nostri giorni, una storia più di guerre che di pace, che si intreccia con la storia d’amore, di coppia, di nascite, nell’arco che va dagli anni ’80 dell’Italia del benessere e fine delle certezze, dei valori di riferimento. Gemma cerca, contro tutto, di sentirsi viva, di innamorarsi, di lasciare il suo fidanzato e ritrovare Diego, incontrato proprio a Sarajevo, dove era anche Gojco, poeta con cui ha un profondo rapporto d’amicizia. In tale sgretolarsi di un mondo Gemma è anche il simbolo di una ribellione al lasciarsi andare, e, non riuscendo tra l’altro a avere un figlio, tenta varie strade. Una storia forte, dura nel linguaggio, tragedia di morte, amore e forza della vita, di quell’imprevedibile successione di giorni che cerchiamo vanamente di programmare.

L'AUTRICE - Margaret Mazzantini è nata il 27 ottobre 1961 a Dublino dallo scrittore Cralo Mazzantini e la pittrice Anne Donnelly. Per molti anni, dopo il diploma all’Accademia Nazioanel D’Amico nel 1982, fa con successo l’attrice teatrale e conquista ruoli primari da protagonista. Conosce Sergio Castellitto (stasera seduto in platea alla Fenice assieme alla madre della scrittrice) che diventa suo marito nel 1987 e dal quale ha avuto quattro figli. Debutta come narratrice nel 1994 con Il catino di zinco, che entra in finale al Campiello (vinto quell’anno da Antonio Tabucchi) e come autrice teatrale con Manola. Nel 2001 pubblica «Non ti muovere» che vince il premio Strega, diventa un film diretto dal marito e un successo internazionale, tradotto in 35 lingue. Per Castellitto scrive il monologo Zorro e alla fine dell’anno scorso esce «Venuto al mondo» che è già comunque un best seller e dal premio avrà certamente un ulteriore grande impulso.

Nessuna nuova patria per i «resistenti» Il Canada rispedisce in Usa i disertori

220 SOLDATI AMERICANI CHE CHIEDONO AD OTTAWA LA RESIDENZA PERMANENTE

Fioccano gli ordini di espulsione per i militari fuggiti dalla guerra in Iraq. Ma il premier Harper dice no

TRA I MILITARI AMERICANI CHE HANNO COMBATTUTO IN IRAQ E AFGHANISTAN. CHIEDONO LA CITTADINANZA DI OTTAWA. «PROVIAMO VERGOGNA E ODIO»
Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada
Contrari alla guerra, rischiano il carcere. Negli Usa sono disertori

di Ettore Mo



TORONTO — Molti li defi niscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti at tualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combat tere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifu gio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo al cuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uni ti.

Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato al­l’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemen te anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfia ta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insie me a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».

Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteg giamento delle autorità canadesi è ambiguo. Do po il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserci to degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, ac colti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un por to di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avve lenati nell’intimo per aver combattuto una guer ra in cui non credevano.

Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantar si di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver af frontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria po sizione come immigrato. Ma la sua richiesta di es sere accettato come «profugo politico» è stata re spinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che sperava no di ottenere la cittadinanza canadese. Il difenso re e paladino di questa legione straniera accampa ta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un av vocato americano che si rifiutò di andare a com battere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «Vengo no da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è vi le. Sono semplicemente profughi di guerra».

Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigra zione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. Ne gli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della du rezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.

Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del prov­vedimento.

Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal tem po dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perio do 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.

Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, ma dre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbando nare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: «Me ne sono andata — dice acca lorandosi — proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportando mi e mettendomi di fronte a un Tribunale milita re, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne ven ga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti».

Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: «Ma in quei tre mesi a Ba gdad — aggiunge con un filo di voce — ho comin ciato a interrogarmi. Mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007». Alyssa Manning, l’avvocatessa che si occu­pa del suo caso, non si fa troppe illusioni: «Non credo — dice — che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca in qualche modo il suo tentativo di ottenere la resi denza permanente nel nostro Paese. Comunque, se riuscisse a farcela, il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accu sa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci nien te. La Corte marziale è inflessibile coi disertori».

Il sergente Patrick Hart, 36 anni, braccia vigoro se da lottatore ingentilite dai tatuaggi, è uomo di poche parole. Dice di essersi rifiutato di andare in Iraq per le «menzogne» del suo governo (sulle ar­mi di distruzione di massa) ma più ancora per le testimonianze «sul comportamento atroce e vile dei nostri soldati». E conclude: «Di tornare in America, neanche se ne parla. Provo vergogna e odio per il mio Paese. Mi vergogno di essere ame ricano ».

Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei caccia­bombardieri che volavano a bassa quota terroriz zando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al pro­getto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e po co dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellio ne. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho per so tutto».

Ryan Johnson, 26 anni, è un ragazzo un po’ me sto con occhi gentili e la barba rossiccia. Con la moglie Jenna ha fatto un mese di strada in auto dalla California al Rainbow Bridge, sulle cascate del Niagara. La decisione di raggiungere il Cana da è maturata dopo un incontro con Jeremy Hinz man. È a Toronto da quattro anni ma la sua do manda per essere accettato come profugo e obiet tore di coscienza è stata finora respinta. Confessa di essersi arruolato nell’esercito nel 2003 per far fronte alle difficoltà economiche della sua fami glia: ma nel novembre del 2004, quando il suo reggimento si preparava a partire per l’Iraq, lui si butta dalla parte dei war resisters : «Non voglio tornare negli Stati Uniti dove sarei condannato e non potrei più uscire — asserisce con calma —. Ma se dovessi tornarci non ho proprio intenzione di chiedere scusa a nessuno».

Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 al l’aprile 2008. «Ho combattuto nei distretti di Gar dez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseg giava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto confer ma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei gior ni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia».

Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ven tenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mi la dollari) al ricovero in ospedale della madre. Il portavoce delle Forze armate, Nathan Banks, so stiene che l’argomento dei disertori sia stato gon fiato a dismisura.

Bill King, pianista jazz molto richiesto nei Club e nelle sale di Toronto che accoppia alla musica l’arte della fotografia, dice d essere sempre stato un pacifista mentre «alla Casa Bianca tutti i presi denti, da Reagan a Clinton a Bush ci raccontava no delle gran balle sulle ragioni che avevano spin to i nostri soldati ad andare in Vietnam o in Iraq a fare la guerra. Quindi ho fatto la mia scelta e nel l’ottobre del ’69 mia moglie ed io siamo venuti in Canada. Allora c’era un altro clima a Toronto e il governo di Pierre Trudeau era ben diverso da quello attuale. Andai al Ministero dell’Immigra zione dove mi sottoposero a un interrogatorio ma alla fine ottenni la cittadinanza canadese sen za rinunciare a quella americana».

Più complicata e sofferta la vicenda vissuta da Philip McDowell che dal febbraio 2004 al febbra io 2005 trascorre un anno in Iraq, in una località a nord di Bagdad dove s’era installato il I Cavalle ria, la Divisione in cui s’era arruolato. «Trovai tan ta povera gente soggiogata dalla tirannia, ma do po che siamo arrivati noi, la vita degli iracheni è ulteriormente peggiorata. Nel 2004 avevo già de ciso, durante una vacanza, di non tornare. No, non mi vergogno di essere americano. Ma negli States non ci torno più. Mai più».


Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’au tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella mis sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co me fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nes suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.




TORONTO — Quando finiscono, le guerre lascia no ferite profonde nel cuore di chi le ha combat tute ma anche di tutti co­loro che non siano stati di rettamente coinvolti: que sto è certamente il caso della «dannata» guerra dell’Iraq che secondo il presidente Barack Obama non sarebbe mai do vuta cominciare e la cui conclusione non ha po sto fine alle sofferenze. Tra le vittime — come ricordato la settimana scorsa sul Corriere — qualche centinaio di disertori americani che hanno scelto il Canada come esilio permanente e giurato a se stessi che non avrebbero mai più rimesso piede negli Stati Uniti.

Da qualche anno Toronto è conosciuta come «Resisterville», o città dei Resistenti, perché qui sono concentrati oltre 200 soldati america ni che, arruolati nell’esercito, nell’aviazione e nella marina, si sono rifiutati di andare a com battere in Iraq o hanno abbandonato i propri re parti già schierati in zona di combattimento. Quale miglior rifugio del Canada che negli anni Settanta diede ospitalità a più di 50 mila milita ri yankee in fuga dal Vietnam? L’accoglimento, oggi, dei disertori americani è più che legitti mo, sostiene l’opinione pubblica canadese, dal momento che la situazione non è diversa da quella di circa quarant’anni fa: «Il Canada — av verte Olivia Chow, del partito dei Nuovi Demo cratici — ha deciso di non prendere parte alla guerra dell’Iraq come allora aveva deciso di non combattere in Vietnam».

Glissa Manning, celebre avvocatessa che da anni difende i disertori, qui eufemisticamente definiti Resisters (resistenti, alla guerra) e da mesi combatte a spada tratta per Kimberly Rive ra, 27 anni, la prima soldatessa americana accu sata di diserzione e sulla quale è già stato spicca to un ordine di deportazione, si prodiga per far capire le non lievi differenze tra i due Paesi ri spetto al coinvolgimento bellico: «Per il Viet nam — spiega — c’era l’arruolamento obbliga­torio. Arrivava la cartolina precetto e dovevi presentarti al Comando: mentre l’esercito ame ricano in Iraq è costituito in gran parte da vo lontari che confluiscono per motivi economici o ideali. Solo che molti di loro, disgustati dalle nefandezze commesse in Iraq dai soldati ameri cani, hanno abbandonato il campo senza abban donare il Paese. È stato un problema di coscien za. Non si poteva più a lungo tollerare la conti nua violazione dei più elementari diritti uma ni » .

Nessuno degli ex soldati americani incontra ti a Toronto ha mai fatto riferimento alla guerra in Afghanistan (anche se due di loro hanno combattuto contro i talebani sulle alture di Gar­dez e Khost) indicandola come uno dei motivi della propria diserzione: «I problemi da noi sol levati davanti al Tribunale Federale per cause di deportazione — chiarisce l’avvocato Jeffry Hou se, infaticabile paladino dei resistenti — riguar da solo ed esclusivamente l’Iraq. Non ci siamo mai occupati dell’Afghanistan, impegnato in una guerra che gode dell’approvazione delle Na zioni Unite». Gli fa eco il tenente Ehren Watada (U.S. Army) che dovendo scegliere tra la prigio ne e una trincea nel deserto iracheno preferisce decisamente la prima: mentre sarebbe disposto a partire anche subito per l’Afghanistan dove si combatte «una guerra giusta».

Atteggiamento considerato ambiguo e incoe rente da quanti ritengono che l’obiettore di co­scienza deve opporsi, per principio, ad ogni conflitto armato e non può permettersi il lusso di discriminare tra una guerra «giusta» e una «sbagliata». Ma il problema attuale in Canada è la battaglia ingaggiata dagli elementi più risolu ti della piccola «legione straniera» dei disertori per ottenere quanto prima dal governo di Ot tawa una risposta positiva alla loro richiesta di «residenza permanente» nel Paese, sfuggendo così all’ordine di deportazione che dal luglio 2008 ha già fatto numerose vittime.

Come narra efficacemente Joshua Key nel suo libroRacconto di un disertore , i soldati che sconfinano in Canada per sfuggire alla guerra trovano subito una calorosa accoglienza e un primo, sostanziale aiuto presso il War Resi sters Support Campaign che semplificando tra duco succintamente in «Resistenti alla guerra», un gruppo di volontari che si è costituito a To ronto. «Essi — scrive Joshua rifacendosi alle proprie esperienze — hanno aiutato una trenti na di disertori che, come me, tentavano di con seguire lo status del profugo o del rifugiato poli tico in Canada. E hanno pure sfamato me e la mia famiglia (4 figli) per alcuni mesi dopo il no stro arrivo».

Ora i Resistenti hanno uffici in dodici città canadesi e migliaia di sostenitori in ogni parte del Paese. Li abbiamo visti al lavoro a St. Catha rines, ventosa località sulla sponda del lago On tario, dove quel giorno è passato, in visita-lam po, il premier Stephen Harper. La rappresentan za dei War Resisters era piuttosto scarsa, pochi ragazzi e ragazze che indossavano magliette con su scritto «Non deportate i Resistenti» o inalberavano cartelli e striscioni con cui l’autori tà veniva bruscamente esortata a «smetterla» con le deportazioni. Mentre una quindicenne, venuta apposta da Ottawa, esibiva sulla t-shirt un bellicoso messaggio che chiedeva «fine im mediata » della strage delle foche.

Il fenomeno della diserzione è cominciato do po l’invasione dell’Iraq: su questo sembrano concordare tutti, politici e militari. «Molti dei nostri soldati che s’erano arruolati prima — fa notare Michelle Rubidoux, portavoce dei War Resisters — contavano di rimanere nell’eserci to e rispettare la clausola del contratto, che di solito li impegnava per quattro anni. Poi ci fu il patatrac. Si scoprì che i vertici militari avevano sfornato un sacco di menzogne. Delle armi di distruzione di massa strombazzate dalla propa ganda, neanche l’ombra. Infine venne alla luce la vicenda sul comportamento dei soldati ameri cani in Iraq. Ignobili. Tu che hai appena intervi stato una dozzina di reduci dalle sponde dell’Eu frate sai di cosa parlo».

Come tanti giovani che ave vano scelto la carriera milita re, Joshua Key credeva alle ra­gioni scodellate dal presidente George W. Bush nel marzo 2003 per giustificare il suo in tervento contro Saddam Hus sein: ma la testimonianza del suo rientro a casa dall’Iraq è ag ghiacciante. È ridotto a uno straccio. Non dorme, ha degli incubi, fa dei sogni orrendi che le pillole non riescono ad allontanare. Un momento pian ge e subito dopo si mette a urlare. Vive giornate d’angoscia. È colto anche dalla paura che, di punto in bianco, i canadesi gli di cano di far fagotto e andarsene. «Avessi una qualsiasi possibilità di scelta — lascia scritto in qualcosa che somiglia a un testamento — non rimetterei più piede negli Stati Uniti. Ho perso il mio Paese e il mio Paese ha perso me. Potrei rivedere questa posizione solo nel caso che gli Stati Uniti mandassero sotto processo l’ex presi dente Bush e tutti gli ufficiali responsabili di aver mandato il nostro esercito in Iraq».

La scelta del Canada come rifugio per la mag gior parte dei disertori americani è dipesa so­prattutto dal fatto di non aver alcuna difficoltà con la lingua, cosa che ha consentito una rapida integrazione con la comunità locale, a Toronto come nel Nord-Est: ciò che non sarebbe avvenu to se si fossero riversati nel pur vicino Messico, così diverso per idioma e cultura. È sempre az zardato e rischioso parlare di «nuova patria» ma come sembra evidente molti di loro hanno affondato in fretta le proprie radici in Canada, allontanando sempre più la prospettiva e la pro babilità di un ritorno a casa. Hic manebimus op time dicevano i centurioni di Cesare dopo esser si assestati comodamente nelle capanne e sulle brande dei Galli.

Negli anni Sessanta-Settanta almeno 50 mila americani si rifugiarono in Canada per evitare di essere chiamati sotto le armi. E benché nel 1977 il presidente Jimmy Carter avesse offerto l’amnistia ai disertori, più di un terzo di loro non fece ritorno negli States. In questo momen to, mentre il Governo conservatore di Stephen Harper (Centro-destra) si attiene alla linea dura (deportazione), il 64 per cento della popolazio ne è favorevole alla richiesta di «residenza per­manente » avanzata dall’avanguardia dei Resi stenti- Disertori. Ma neanche la (sommessa) ammissione di Barack Obama che, riferendosi all’Iraq, conti nua a parlare di «dumb war», una guerra «stupi da » e decisa «in fretta», e la denuncia dei falsi allarmi sulle armi di distruzione di massa e sul l’alleanza fra i terroristi di Al Qaeda e il regime di Bagdad so no riuscite ad «ammorbidire» il premier Harper, rimasto irre movibile nella sua condanna ai disertori.

Atteggiamento che ha finito col rafforzare la posizione del ministro dell’Immigrazione Ja­son Kenney, da sempre convin to che i War Resisters non so no «autentici profughi o rifu giati politici come intendono far credere» e «non subiscono affatto persecuzioni nei loro Paesi». Affermazione smentita dalle cronache più re centi da cui risulta ad esempio che Robin Long, 25 anni, accusato di diserzione, è stato deporta to negli Stati Uniti, dove sta scontando 15 mesi d’isolamento in un remoto accampamento mili tare. Undici mesi sono stati invece inflitti, per lo stesso reato, a Cliff Cornel mentre altri giova ni Resistenti campano alla giornata e girano guardinghi per le strade, sempre tallonati dai militari che hanno l’ordine di deportazione in tasca.

A Toronto, i giudici canadesi si rifiutano di affrontare in Tribunale i processi contro i diser tori, cominciati nel 2004. E Jeffry House non esi ta a svelarne le ragioni: «Essi ritengono — spie ga il legale dei War Resisters — che non sia lo ro compito intervenire, dal momento che non si tratta di un’azione giuridica, destinata ad esa minare caso per caso, ma di un processo essen­zialmente politico che riguarda, appunto, la po litica estera degli Stati Uniti. La sola nostra spe ranza è un riesame della situazione da parte del Governo Federale nei suoi rapporti con la Casa Bianca».

Nella sua aspra requisitoria, l’ex combattente Joshua Key dedica ampio spazio alla propagan da americana e al suo tentativo di demonizzare e demolire gli iracheni, che «non sono uomini» ma semplicemente «sand niggers», negri di sab bia. Gente che non ha niente in comune con il genere umano, dal momento che «tutti i musul mani sono terroristi e tutti i terroristi sono mu­sulmani » . Bisogna dunque eliminarli: questo è il mes saggio di pace che i soldati yankee , addestrati ed educati in caserma nello spirito della concor dia universale, portano nelle giberne volando verso Bagdad. Chi si augurava, come milioni di pacifisti in tutto il mondo, che George W. Bush finisse in prigione, schiacciato dalle proprie re sponsabilità, è rimasto deluso. Insieme a Jo shua, sono in molti a chiedersi ora quale potreb be essere la reazione dei Padri Fondatori di fron te allo spettacolo odierno della loro America. Sgomento è forse la parola giusta.

Il primo 11 settembre: Vienna, 1683

COINCIDENZE: SECOLI PRIMA DELL'ATTACCO ALLE TWIN TOWERS, UNA BATTAGLIA DECISIVA

Un giorno che cambiò la storia: la sfida dell’Islam all’Occidente e la fine dell’assedio ottomano

di PAOLO MIELI



Sarà sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Micha el Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre consegnato ai libri di storia — in particolare quello del confronto tra il mondo cristiano e il musulmano — non sia stato quello del 2001 bensì l’11 settembre del 1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trentasei ore le truppe dell’imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara Mustafa da due mesi cingevano d’assedio la città di Vienna. Strana coincidenza quella tra quei due 11 settembre. E le analogie non si fermano alla data di fine estate. Già dall’agosto del 1682 il sultano Meh met IV aveva pianificato la denuncia del trattato di pace ventennale con Leopoldo che sarebbe giunto a scadenza nell’84 e aveva altresì lanciato un’offensiva che dai Balcani avrebbe dovuto passare per l’Ungheria e concludersi con l’occupazione di Vienna, la capitale dell’impero. Concludersi? Nessuno può dire se la conquista di Vienna, di per sé a quell’epoca un evento clamoroso, sarebbe stata l’ultima tappa della penetrazione turca in Europa; anzi appare poco probabile che, occupata la capitale au striaca, l’aggressione non sarebbe stata portata anche nel resto del continente. Le ambizioni del sultano apparivano simili a quelle di un suo predecessore, Solimano, che aveva sferrato prima nel 1529 poi nel 1541 un’incursione in Europa che gli fruttò la conquista di gran parte dell’Ungheria. Invece l’11 e il 12 settembre del 1683 i turchi furono sbaragliati; dopodiché dovettero far fronte a una controffensiva lunga un quindicennio che per le sue caratteristi che di santa alleanza benedetta dal pontefice fu de­finita «l’ultima crociata» ; e nel 1699 furono costretti a subire la pace di Karlowitz che, a detta unanime degli storici, segnò l’avvio del lento ma irreversibile tramonto dell’impero ottomano.

Quel giorno dunque cambiò la storia ed è meritorio da parte del Mulino aver tradotto il miglior libro sull’argomento di uno storico inglese, John Stoye, L’assedio di Vienna (sarà in libreria a otto bre). Nel lungo e approfondito saggio, Stoye oltre a spiegare come andarono le cose si sofferma sulle contraddizioni nell’Europa cristiana che consentirono ai turchi di osare fino a quel punto. Fu infatti il re cattolico francese Luigi XIV a incoraggiare con ogni mezzo il sultano spingendolo ad aggredire l’impero austriaco. Il suo ambasciatore a Istanbul Guilleragues si espose fino a mettere in chiaro che anche se il suo re avrebbe mantenuto l’impegno di correre in soccorso ai polacchi ovemai fossero stati aggrediti dai turchi, non era detto che avrebbero fatto lo stesso in sostegno a Leopoldo. Anzi, più passavano le settimane più Guilleragues chiariva che nel caso i turchi avessero attaccato l’Austria, i francesi non avrebbero mosso un dito e forse avreb bero addirittura sferrato un colpo di pugnale alla schiena di Leopoldo: cogliendo così l’occasione per vendicare il 1673 quando l’imperatore si era al leato con gli eretici olandesi per una guerra contro Luigi XIV. Un argomento assai allettante, quello di Guilleragues, dal momento che i turchi ricordava no bene quanto era stata efficace la forza di spedi zione inviata dai francesi in soccorso dell’Austria nel 1664, nonché quella inviata a Creta nel 1669. E non avrebbero mai rischiato di dover affrontare una coalizione anche occasionale tra austriaci e francesi.


Ma a Roma qualcuno aveva capito quanto fosse reale la minaccia turca. Nel 1676 era salito al soglio pontificio Innocenzo XI, che dichiarò subito l’ambizione di pacificare l’occidente per lanciare un attacco al sultano. In un primo periodo, però, papa Innocenzo sostenne le rivendicazioni del re francese ai danni dell’imperatore austriaco che gli appariva ti tubante a fronte del progetto antiturco. Il Papa iniziò a cambiare idea in concomitanza con la predica zione di Marco d’Aviano, un frate cappuccino che conobbe grande popolarità tra il 1679 e il 1680 in seguito a un’epidemia di peste bubbonica. Nel corso di questa epidemia gli furono attribuiti, sia nelle corti che tra le genti, episodi miracolosi di guarigione da cui ricavò un’aura di santità: Carlo di Lorena ad esempio ritenne di essere guarito grazie alle sue preghiere e da quel momento fu suo figlio spirituale. Marco d’Aviano chiedeva ai popoli di impegnarsi per una guerra contro i turchi e nel 1681 provò a portare il suo messaggio in Francia ma Luigi XIV lo fece espellere dal Paese con brutalità. Papa Innocenzo disapprovò. E ancor meno piacque al pontefice che, per dare testimonianza di impegno contro i turchi, quello stesso Luigi XIV che segretamente in coraggiava il sultano a muovere contro Vienna, avesse inviato la sua marina agli ordini dell’ammiraglio Du Quesne in una insensata aggressione alla città di Algeri bombardata senza pietà nel 1682 e nel 1683 proprio mentre iniziava l’assedio della ca­pitale austriaca (provocando per ritorsione l’esecuzione del console francese ad Algeri).
Il libro di Stoye descrive alla perfezione il gioco francese, che era quello di approfittare della pressione turca su Vienna per colpire la Spagna al cui soccorso l’Austria non poteva accorrere perché «di stratta» dai turchi (e la Spagna chiedeva all’Austria di impegnarsi a difenderla anziché impelagarsi con i musulmani), mentre i principati della Germania settentrionale si sarebbero dovuti occupare della crisi baltica alimentata anch’essa dalla Francia (ciò che li avrebbe indotti a sottostimare la portata delle iniziative del sultano). Stoye ha il grande merito di mettere in luce le responsabilità europee in campo cristiano — causate appunto da divisioni e rivalità — nella quasi capitolazione di Vienna dalla quale Leopoldo si allontanò all’inizio di luglio mentre i primi drappelli turchi si disponevano per l’assedio e la difesa della capitale austriaca nel tempo avrebbe quasi certamente ceduto se non ci fosse stata la «sorpresa Sobieski». Perché sorpresa?


Jan Sobieski che era nato nel 1624 in un paese vicino a Leopoli ed era stato educato a Parigi come molti rampolli dell’aristocrazia polacca — nel 1674 era stato fatto re di Polonia (prese il nome di Giovanni III) con il fondamentale aiuto proprio di Luigi XIV. Tutto lasciava supporre che nelle giravolte di quegli anni (la cattolica Francia e la cattolica Polonia avevano persino aiutato i protestanti ungheresi contro il cattolico imperatore austriaco) Sobieski sarebbe rimasto fino alla fine alleato del Re Sole. Tanto più che, come detto all’inizio, la Francia — mentre incoraggiava il sultano a muovere contro l’Austria — aveva promesso di intervenire a fianco dei polacchi in caso di aggressione turca al loro Paese. Invece Giovanni III non solo scese in aiuto di Leopoldo ma addirittura fu il protagonista della battaglia per la liberazione di Vienna dall’assedio, occupò gli accampamenti che erano stati dei turchi fino a poche ore prima ed entrò nella capitale venendo accolto come il liberatore. Ciò che ingelosì Leopoldo al quale non veniva perdonato di essersi per così dire allontanato da Vienna quando i turchi si erano presentati alle porte della città e di averla abbandonata al suo destino in quei due lunghi mesi di fame, epidemie, bombardamenti e incendi. La verità, scrive Stoye, è che quella di Leopoldo era una personalità complessa: l’imperatore arrivava a prendere decisioni «solo con timorosa riluttanza»; i protestanti e gli ambasciatori veneziani a Vienna incolpavano i gesuiti per un’educazione troppo rigida che «ne aveva represso l’energia innata».
Leopoldo non era meno cattolico di Sobieski ma aveva una maggiore inclinazione a soppesare i pro e i contro di ogni suo atto, salvo poi provare una forte avversione nei confronti di chi, come Giovanni III, agiva di impulso (ed era anche per questo più ama to dalle genti). Questo gelo caduto nei rapporti tra Leopoldo e Sobieski rese impossibile che i due cogliessero l’attimo e si lanciassero immediatamente all’inseguimento dei turchi con ottime probabilità di sbaragliarli in breve tempo. Cosa che fecero dopo qualche mese su sollecitazione del papa ma a quel punto furono necessari quindici anni prima che la missione venisse compiuta. E il tempo fu così lungo anche perché erano riprese le mene della Francia volte esclusivamente a creare difficoltà all’Austria. Luigi XIV — ha scritto Alberto Leoni nel bel libro La croce e la mezzaluna , una storia delle guerre tra le nazioni cristiane e l’Islam pubblicata dalle edizioni Ares — che continuava a definirsi «Re cristianissimo» dimostrava una mancanza di scrupoli tale da porlo in pessima luce anche presso i suoi contemporanei. Al punto che, in una lettera del 15 settembre 1690 scritta dal conte palatino Fi­lippo Guglielmo a Marco d’Aviano, il Re sole è definito «un turco cristiano peggior del barbaro».


Quanto ai turchi, la loro offensiva, anche psicologica, era assai raffinata. «Accettate l’Islam», scrisse il gran visir Kara Mustafa in un documento che fu presentato agli austriaci ai primi di luglio come offerta di soluzione politica, «e vivrete in pace sotto il sultano. O consegnate la fortezza e vivrete in pace sotto il sultano come cristiani, e chiunque lo voglia potrà partire in pace portando con sé i propri beni! Se invece resistete, morte o spoliazione o schiavitù saranno il destino di voi tutti!». Kara Mustafa era stato molto avversato da vari contendenti nell’impero ottomano ma Mehmet IV lo aveva sempre protetto fino ad affidargli carta bianca e duecentomila uomini per la grande spedizione alla volta di Vienna. Quanto a quel che fece nei due mesi di assedio non gli si può imputare di aver temporeggiato: l’impresa era molto complicata e le fortificazioni della città tenevano. Dopo la sconfitta riu scìad evitare che il suo esercito si disarticolasse anche se alle spalle dovette subire defezioni e tradimenti. Tutte cose più che prevedibili. Avrebbe voluto consultarsi con il sultano per decidere sul da farsi nei mesi successivi. Ma questi, anche a causa di alcuni contrattempi, non lo incontrò.
Il 19 ottobre le truppe dell’impero attraversarono il Danubio e conquistarono Esztergom: il capitano ottomano si arrese e Kara Mustafa reagì ordinando l’esecuzione degli ufficiali (compresi i giannizzeri) che avevano abbandonato quell’importante piazza forte, ma quasi tutti si erano già dati alla fuga. Così commentò l’ambasciatore francese da Istanbul: «Ho appena appreso che gli imperiali hanno preso Esztergom e che le diserzioni, il terrore, i disordini e le agitazioni contro il gran visir e il sultano stesso crescono di giorno in giorno». La voce che i malumori si indirizzavano anche «contro il sultano» dovette giungere alle orecchie di Mehmet IV. Il quale chiese immediatamente la testa di Kara Mustafa. La notizia raggiunse il gran visir che si trovava a Belgrado il 25 dicembre di quello stesso anno. La sua risposta fu: «Come piace a Dio». Restituì i simboli del la sua alta autorità, il sigillo, il sacro vessillo del Profeta e la chiave della Kaaba alla Mecca. Fu strangolato da un emissario di Mehmet quello stesso giorno. Per il mondo cristiano era il Natale del 1683.

Wikipedia vacilla: "C'è troppa libertà"

La versione tedesca si affida a un comitato di esperti contro gli errori. Ma i fans insorgono: «Così finisce l'utopia del sapere democratico»


MATTIA FELTRI

ROMA
Wikipedia - ma sono in pochi a non saperlo - è un’enciclopedia on line, collaborativa e gratuita. Significa che la si può consultare in internet e che chiunque può contribuire alla compilazione - arricchendo le voci esistenti o creandone di nuove - senza presentare credenziali: basta connettersi e mettersi al lavoro. Come non si paga per leggerla, così non si viene pagati per scriverla. Il volontariato e la passione sono la potenza della Rete. Oggi, otto anni dopo la nascita, Wikipedia esiste in duecentocinquanta lingue: la fonte è la medesima Wikipedia alla voce «Wikipedia»: «All’inizio di aprile 2008, Wikipedia contiene in totale più di 12 milioni di voci, 34 milioni di pagine (modificate 470 milioni di volte) e 11 milioni di utenti registrati».

Ogni giorno vengono contati 60 milioni di accessi. I pregi sono innumerevoli. Anzitutto la velocità: domenica, mezz’ora dopo la fine del Gran Premio di Formula Uno, la voce dedicata al vincitore Kimi Raikkonen era già stata aggiornata. Ormai, dunque, tutti scorrono Wikipedia benché in pochi la citino. Un po’ perché viene usata per verificare dati oggettivi (in che anno è nato Soren Kierkegaard?), un po’ perché ci si vergogna a indicarla come fonte. E qui c’è il punto centrale della questione. Wikipedia si autodefinisce «enciclopedia libera» perché «non c’è un comitato di redazione né alcun controllo preventivo sul materiale inviato».

E’ libera, dunque, perché non essendoci controllo non esiste il rischio di censura; non essendoci editore, non ci sono interessi economici o accademici da soddisfare. Gli errori saranno corretti dagli altri partecipanti. E dunque la prima controindicazione è l’anarchia: la voce di Alessandro Del Piero è lunga il doppio di quella di Giacomo Leopardi. La portata scientifica dell’opera è discutibile e, infatti, se si vuole sapere chi sono i macchiaioli più celebri Wikipedia va benissimo, se si vogliono approfondirne le ragioni estetiche uno si sente più rassicurato dalla compulsazione dell’«Argan».

Il cronista, più o meno tre anni fa, trovò la voce «giacobinismo» fotocopiata dalla Garzantina, e un amico gli ha segnalato che alcune località riportavano notizie copiate da agenzie di viaggio. «L’Espresso» inserì la voce sul poeta Carlo Zamolli - inesistente - per dimostrare la fragilità dell’impresa. Ma i guai arrivano per le biografie dei viventi: non molti mesi fa l’ex sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, minacciò Wikipedia di querela e i compilatori rimasero di sasso: Wikipedia non è querelabile, la responsabilità degli scritti è degli autori, ma soprattutto l’enciclopedia ha un altro spirito, e cioè gli errori non si querelano, si correggono, anche se offensivi: a nessuno è negato l’accesso.

E tutti possono controllare - correzione dopo correzione - come una voce è evoluta negli anni. E però - la notizia è già girata - i coordinatori dell’edizione in lingua tedesca hanno deciso di dotarsi di un gruppo di esperti incaricati di controlli a priori, anziché a posteriori. Presto la novità sarà estesa alla versione in lingua inglese, e non tutti sono contenti. Nei gruppi di discussione si parla di tradimento: «Da collaborativa a classista». Cioè: ci saranno wikipediani di serie A e wikipediani di serie B. E’ il crollo di un’impalcatura, di un sogno o di un’utopia: l’ecinclopedia libera limita la sua libertà.

Wikipedia ha fallito o ha semplicemente preso atto di essere diventata grande? «La libertà è difficile. Contrariamente a quel che pensa la maggior parte della gente, essa è piuttosto un dovere che non un diritto (...) è il risultato d’un lungo cammino, bisogna guadagnarsela, conquistarsela, accettare perfino di limitarla, di ridisegnarne continuamente i confini, di rimetterla incessantemente in discussione». Così cominciava un saggio di Franco Cardini («La fatica della libertà», Fazi editore, 2006), ordinario di Storia medievale all’Università di Firenze. Quel saggio, applicato a Wikipedia, suggerisce oggi a Cardini che «la libertà è distruttiva se non è accompagnata dalla consapevolezza».

E Gianpiero Lotito, già docente di Editoria multimediale alla Statale di Milano e autore di «Emigranti digitali» (Bruno Mondadori editore, prefatto da un guru come Peter Sondergaard), osserva: «Per Wikipedia si tratta di una presa di coscienza, di un atto di maturità: il controllo editoriale non impedisce a nessuno di partecipare. Qui c’è un vantaggio enorme: nessuno, come succedeva in passato, deve conquistarsi uno spazio. Lo spazio c’è già. E chi rifiuta il controllo non ne capisce il valore, a meno che non voglia dire censura, ma questo va da sé... Io non credo che l’assenza di controllo garantisca la libertà, ma piuttosto che porti all’arbitrio».

E’ lo stesso giudizio di Cardini: «Io consulto Wikipedia, mi piace, ma l’esercizio indiscriminato della libertà porta dritto, io temo, alla libertà della cazzata. Forse si sono accorti che volendo fare l’enciclopedia libera avevano aperto gli spazi alla libertà della corruzione: liberi tutti di prendere parte, liberi tutti di corrompere». Ed è qui che Lotito pone un ulteriore problema, e serio: «Si vadano a vedere le voci di Wikipedia. Si può vedere chi le ha scritte, chi le ha arricchite, chi le ha corrette. Ma mi riesce difficile capire che competenza c’è dietro il lavoro di un amministratore che si chiama Biopresto. Magari è un esperto, ma come faccio a saperlo?». E cioè, tranne rarissimi casi non si firmano con nome e cognome, ma con un nickname. «La libertà senza trasparenza - aggiunge Lotito - è una cosa curiosa. Io devo sapere se la biografia di Bartali l’ha scritta un tifoso di Coppi. La libertà di Wikipedia deve coincidere con la libertà di chi la legge. E forse siamo sulla buona strada».

Roma, il sabato sera fa tre vittime

Lo scontro in piazza dei Tribunali poco
prima dell'alba. Ci sono anche 2 feriti
ROMA
Tre ragazze sono morte e altre due ragazzi sono rimasti feriti in un incidente stradale a piazza dei Tribunali, a Roma, stamani poco prima delle 6.30. La macchina, una Fiato Punto, probabilmente per l’alta velocità, si è scontrata con un’altra vettura, una Honda Civic, per poi cappottarsi più volte coinvolgendo altre vetture. È stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per estrarre i corpi delle tre giovani che, trasportate all’ospedale, sono morte. Gli altri due ragazzi che viaggiavano nella vettura sono feriti ma non sarebbero in gravi condizioni.

Miss Muretto '09 è la veneziana Federica Teso







Lo spettacolo è stato condotto da Virginia Cei, Miss Muretto 2008, e Paul Baccaglini, ex Iena.





Miss Muretto 2009 ha 19 anni e arriva da Venezia. È alta 175 centimetri, occhi colore del mare ed i capelli biondi. Il suo fascino ed il suo sorriso hanno avuto la meglio sulle altre 19 aspiranti al titolo.





Dopo tre giorni di prove, di selezioni, ma anche di divertimento e tanta emozione, da ieri Alassio ha la nuova Miss Muretto: Federica Teso.

Bacio saffico di Megan Fox in "Jennifer's body"









Horror davvero bollente quello firmato da Diablo Cody che vede protagoniste Megan Fox (a dx) e Amanda Seyfried: in questa gallery le due attrici si abbandonano in un bacio saffico.

(Foto Masterphoto Milano)

Vigilessa punita perchè lavora troppo

Ha lavorato dalle 7 alle 17 al mercato di Porta Portese 2 e dalle 19 fino alle 2 di notte per rafforzare i controlli sul territorio durante la movida notturna

«Una vigilessa di Roma, in forza al VII Gruppo, è stata punita dalla vicecomandante del corpo perché l'hanno fatta lavorare troppe ore». Questa è la denuncia di Alessandro Marchetti, segretario generale aggiunto del Sulpm (il sindacato del pubblico impiego) che aggiunge: «È un corpo a cui mancano almeno 2000 unità (siamo 6500 e dovremmo, come da accordo sindacale, essere almeno 8350) e i lavoratori devono sopperire in forma straordinaria a tutte le necessità, ma se lavorano troppo ecco che gli arriva il rimprovero». Ma la vicecomandate dei Vigili replica: «Sono previsti dei turni di riposo dal regolamento anche a tutela della salute dei lavoratori»

IL SUPERLAVORO - «La vigilessa ha prima lavorato al Gruppo VII dalle 7 alle 17 al mercato di Porta Portese 2 e dalle 19 fino alle 2 di notte ha lavorato al I Gruppo per rafforzare i controlli sul territorio durante la movida notturna. - aggiunge Stefano Giannini, dirigente sindacale Sulpm al Gruppo VII - Questi sono servizi che vengono disposti per iscritto dai dirigenti dei Gruppi interessati i quali addirittura assegnano ad ogni singolo agente anche la strada nella quale devono recarsi e non sono attività che può svolgere autonomamente il dipendente. Semmai doveva essere punita se non ci fosse andata, ovvero se non avesse rispettato la disposizione di servizio. Siamo nel ridicolo prima le ordinano di lavorare e poi la puniscono perchè esegue l'ordine. Nel Capodanno di due anni fa, quando sindaco era invece Veltroni, io fui sanzionato per il motivo opposto, perchè non accettai di prestare servizio di mattina e sera, proprio per rispettare la norma che viene richiamata dal Comando e secondo la quale oggi puniscono la collega».

APPELLO AL SINDACO - «Il sindaco Alemanno - ha concluso Marchetti - stavolta ha il dovere di intervenire per impedire di scoraggiare chi nel corpo tira invece la carretta, altrimenti da oggi in poi se vedrete un vigile che si gira dall'altra parte saprete bene individuare di chi saranno le responsabilità politiche».


IL VICECOMANDANTE DEI VIGILI - Donatella Scafati risponde così alle dichiarazioni del sindacato: «La vigilessa ha lavorato 17 ore su 24 e questo non è possibile perchè sono previsti dei turni di riposo dal regolamento anche a tutela della salute dei lavoratori. Il comandante del gruppo - continua la Vicecomandante - non poteva sapere di tutti questi straordinari (che sono volontari e non obbligatori), perchè ne viene a conoscenza solo al riscontro dei tabulati, quindi dopo l'avvenuto straordinario». Inoltre non è una grande punizione perchè «Gli hanno applicato la pena più lieve, un richiamo verbale

Anziana trovata morta a Bologna, sospetti sul figlio con problemi psichici

LA SCOPERTA DA PARTE DI UN ALTRO FIGLIO DELLA DONNA, CHE ACCUSA IL FRATELLO: «E' STATO LUI»

Il quarantenne è stato fermato in serata dai carabinieri. Da tempo era seguito dai servizi psichiatrici

MILANO - Una donna di 72 anni, Rosa Mellino, vedova, originaria di Crotone ma da tempo residente nel bolognese, è stata uccisa sabato nella sua abitazione di San Pietro in Casale, in provincia di Bologna. Il principale sospettato è uno dei suoi tre figli, da tempo sofferente per problemi psichici. A fare la macabra scoperta è stato un altro figlio della donna, che nel primo pomeriggio di sabato era andato a farle visita, insieme con la moglie, per portarle la spesa. Quando non ha sentito risposta ha aperto con le sue chiavi e si è trovato davanti agli occhi una scena raccapricciante: il corpo della madre giaceva in una pozza di sangue, con la testa fracassata. Secondo il medico legale la donna dovrebbe essere morta per i vasti traumi al cranio causati da una superficie rigida. Probabilmente l'assassino le ha sbattuto più volte la testa contro il pavimento.

«E' STATO LUI» - Un anziano vicino di casa ha raccontato di aver sentito il figlio di Rosa Mellino gridare più volte «È stato lui». Non appena ha scoperto il cadavere, l'uomo, candidato sindaco per il Partito Comunista dei Lavoratori alle ultime elezioni amministrative del Comune della pianura bolognese, ha subito chiamato i soccorsi. Sono intervenuti i carabinieri e il Pm di turno Rossella Poggioli. Ai militari un vicino ha riferito di aver sentito verso le 7 del mattino il figlio minore della donna, Giovanni Franceschini, 40 anni, seguito da tempo dai servizi psichiatrici, bussare alla porta di casa. Fin da subito i sospetti degli inquirenti si sono concentrati su di lui.

IL FERMO - Alle 20 è stato rintracciato nei pressi della sua abitazione a Bologna, dove forse stava facendo ritorno. In serata il magistrato ha cominciato ad interrogarlo e non è escluso che lo sottoponga a fermo per l'omicidio della madre. Non è chiaro il possibile movente del delitto anche perchè, secondo quanto riferito dai familiari, i rapporti con la madre non erano particolarmente tesi. All'interno dell'abitazione, da cui sembra non mancare niente, i carabinieri hanno trovato un'impronta insanguinata di una scarpa da ginnastica. Il medico legale ha spiegato che l'ora della morte potrebbe essere fatta risalire più o meno alle 7 del mattino, appunto quando quel figlio con problemi psichici si è presentato a casa della madre.

Lite in famiglia finisce in tragedia Un morto e 3 feriti nel Comasco

'OMICIDA, LA SORELLA E LA MADRE RICOVERATI: L'UOMO È GRAVE

Laino, idraulico 55enne ucciso dal fratello della sua convivente durante un diverbio

COMO - È di un morto e un ferito grave il bilancio di un accoltellamento avvenuto in serata a Laino, in valle Intelvi, nel Comasco, dove è degenerata una violenta discussione tra parenti, per motivi ancora non chiariti. L' omicida è Mauro Galli, 49 anni, disoccupato, che ha ferito a morte il convivente della sorella Silvana, Giuseppe Zingaro, idraulico di 55 anni, ed è rimasto a sua volta gravemente ferito all'addome. L'omicidio è avvenuto intorno alle 20, nel giardino che divide le abitazioni del Galli, che vive con l'anziana madre, e della sorella, che conviveva con la vittima. Da quanto è stato possibile ricostruire una lite per antichi rancori è degenerata, fino a quando i due uomini si sono presi reciprocamente a coltellate. La peggio è toccata all'idraulico, colpito a morte, mentre l'aggressore è stato ricoverato in ospedale a Gravedona, in prognosi riservata.

RICOVERATE DUE DONNE - La stessa Silvana Galli è rimasta ferita nel tentativo disperato di dividere i contendenti, mentre la madre è stata a sua volta ricoverata in ospedale perché colta da malore. Di origine napoletana, Zingaro era residente da decenni in provincia del capoluogo lombardo, faceva l'idraulico, ed era una persona, da quanto appreso, benvoluta nella zona. Sull'accaduto indagano i carabinieri.

Pakistan, truppe uccidono 43 militanti in attacco a Khyber




Truppe pakistane supportate da elicotteri da guerra hanno ucciso circa 43 militanti oggi in una serie di attacchi ad alcuni nascondigli nella regione nordoccidentale di Khyber. Lo riferisce un portavoce delle forze di sicurezza paramilitari di frontiera.

Il passo di Khyber è la strada principale per rifornire dal porto di Karachi le forze occidentali che combattono i talebani e al Qaeda in Afghanistan.

Gli attacchi aerei sono avvenuti dopo che le truppe hanno conquistato la zona della valle di Swat, dove i militari dicono che sono morti circa 2.000 ribelli da quando l'offensiva è stata lanciata in aprile.

"Le nostre forze hanno colpito il quartier generale a Lashkar-e-Islam e un nucleo di circa 15 militanti è stato eliminato", ha detto un portavoce dei militari a Peshawar, riferendosi al gruppo di Mangal Bagh, un ribelle islamico di etnia Pashtun.

Altri 28 sono stati uccisi in scontri e blitz aerei in altre aree.

La regione di Khyber è una delle sette aree pakistane con un alto grado di autonomia basata sulle leggi tribali.

G20, Draghi: priorità banche ricapitalizzare, no dividendi




Passata la fase peggiore della crisi, anche grazie agli interventi di governi e banche centrali, le istituzioni creditizie devono concentrarsi sul rafforzamento del capitale e non disperdere risorse in dividendi, bonus e compensi per i manager.

Lo ha detto Mario Draghi, presidente del Financial stability board, confermando che l'Fsb preparerà per il summit G20 di Pittsburgh un insieme di linee guida per regolamentare i bonus dei banchieri.

"La situazione sta migliorando e, di conseguenza, sta migliorando anche la profittabilità delle banche. Deve essere chiaro per le banche che questo miglioramento è dovuto in parte, se non completamente, alle misure di sostegno messe in campo dai governi e dalle banche centrali", ha detto Draghi parlando al termine del G20 finanziario di Londra.

"Questo è un buon momento per ricostruire il capitale e quando le banche decideranno su dividendi e compensazioni, devono tenere a mente che la priorità è usare la 'finestra di opportunità' per ristabilire il proprio capitale".

BANCHE AIUTATE DA STATO DEVONO LIMITARE COMPENSI

Draghi, che è anche governatore della Banca d'Italia, ha confermato che i G20 non si sono accordati su un tetto ai compensi dei manager, tuttavia l'argomento sarà oggetto di approfondimento da parte dell'Fsb.

"Ci sono buoni motivi per cui le banche sostenute dai governi... riducano il livello dei compensi per mantenere il capitale all'interno, in modo da soddisfare requisiti di capitale più stringenti", ha detto, però, il banchiere centrale.

Il documento che l'Fsb preparerà per il summit G20 di fine mese riguarderà tre punti: un sistema di sorveglianza efficiente delle politiche di remunerazione delle banche, le regole relative al totale dei fondi destinati alle remunerazioni rispetto all'andamento della banca - compresi meccanismi per recuperare i bonus in caso di cattivo andamento futuro della banca - e l'obbligo di trasparenza a tutti i livelli sui compensi pagati ai dipendenti.

Asili nido, le infinite liste d'attesa: bene Roma, a nord e sud mancano posti

Ogni scuola ha la sua retta: da 61 a 491 a Reggio Emilia,
da 15 a 200 nelle strutture di Napoli a seconda del reddito




ROMA (5 settembre) - Parte il nuovo anno per asili nido e scuole materne, che si trovano però a fare i conti con i vecchi problemi, prima tra tutti la carenza di posti con liste d'attesa che nelle grandi città possono superare anche i mille bambini. Una situazione che accomuna tutta Italia, dal Nord al Sud ma che vede molte città (la scuola dell'infanzia dipende per la gran parte dagli enti locali) con asili in progetto. Aspetti da considerare sono le doppie domande, che intasano le liste d'attesa e le rette: vanno da pochi euro al mese fino a 500 a seconda del reddito, ma anche della regione. Rimane comunque alto il numero dei bambini che devono andare in strutture private o rimanere a casa.

Ecco la situazione in alcune città.

TORINO: Sono un migliaio in attesa per gli asili nido, ma il numero scenderà - spiega l'assessore comunale Beppe Borgogno - per le doppie richieste. I posti sono circa 6.000 dei quali 4.400 in asili nido gestiti dal Comune o in convenzione e gli altri privati. Nelle materne i posti sono circa 20 mila: 9.000 in istituti comunali, oltre 5.500 dalla Fism (Federazione italiana scuole materne cattoliche) circa 5.600 nelle statali.

MILANO: Alle materne si riuscirà a garantire un posto per tutti i bambini. Le comunali hanno 22.591 posti: sono soltanto 76 in lista di attesa (a cui si aggiungono 426 «anticipatari») che saranno assorbiti in statali e paritarie accreditate. Il sistema cittadino delle scuole d'infanzia riuscirà a garantire 33.536 posti, superiori ai 30.000 bambini dai 3 ai 5 anni residenti a Milano. Più critica la situazione dei nido: i 9.653 posti garantiti dalle 170 strutture del Comune hanno in attesa un migliaio di bimbi. L'offerta - ha detto l'assessore Mariolina Moioli - dà una copertura del 34,8%, superiore al 30% imposto dagli obiettivi di Lisbona. Gli stranieri sono 7.354, il 23,5% di tutti gli iscritti. Porte aperte nelle materne comunali anche per 17 figli di genitori irregolari, ma il Pd denuncia che sono ancora 273 i piccoli clandestini in attesa di un posto.

BOLOGNA: Bologna mette a disposizione 3.704 posti nei nido, fra comunali e convenzionati, pari a circa il 42% dell'utenza potenziale. In questi giorni sono in lista d'attesa circa 400 bambini. Per il 2010 il Comune ha l'obiettivo di rendere disponibili altri 612 posti, potenziando sia gli asili pubblici che quelli convenzionati, alcuni dei quali aziendali.

REGGIO EMILIA: Nelle scuole d'infanzia del Comune di Reggio Emilia - al top per qualità e conosciute anche all'estero - i bimbi in lista d'attesa sono 224, nei nidi d'infanzia comunali 263. Al 5 settembre le domande ammesse nelle scuole d'infanzia sono 1067, i posti assegnati 643, ma 200 famiglie hanno ottenuto un posto alla scuola statale. Nei nidi le domande ammesse sono 1118 e i posti assegnati 855. Cresce il numero dei bambini e in ottobre è prevista l'apertura di una nuova scuola statale.

FIRENZE: In Toscana, i bambini accolti nei nidi (pubblici e privati) sono stati 26.566 con 8.602 in lista di attesa. La Regione è (2008) al primo posto in Italia per numero di servizi alla prima infanzia: il 31% dei bimbi da 3 a 36 mesi residenti ne usufruiscono, più della media europea (28%). A Firenze il comune «offre attualmente circa 3.000 posti già assegnati mentre in lista d'attesa restano 1.085 bambini», spiega l'assessore Rosa Maria Di Giorgi. Sono previsti anche altri servizi: 24 centri gioco e 6 servizi domiciliari. L'obiettivo è «lista attesa zero» entro due anni con gli asili aziendali. Per l'accoglienza dei figli di immigrati non regolari, Di Giorgi è netta: «Noi li iscriviamo, ci mancherebbe altro».

ROMA: Calano le liste d'attesa per i nido a Roma. Sono 12.800 i bimbi che potranno essere «accuditi» dal Comune, ma altri ottomila bambini circa rimarranno fuori dalle strutture comunali per l'infanzia. Pur essendo cresciuta la richiesta, con 19.131 domande nel 2009 (quasi duemila in più rispetto all'anno precedente), in lista d'attesa ci sono 727 bimbi in meno: nel 2008 erano 9.368, quest'anno 8.658. Secondo le graduatorie definitive sono circa 12.800 i piccoli che saranno ospitati negli asili nido comunali e circa 5.800 i posti nelle strutture convenzionate. Rispetto all'anno scorso sono stati recuperati 972 posti. Ma a questi ultimi numeri si aggiungeranno in futuro altri 914 posti che verranno recuperati per l'apertura a ottobre di altri quattro nidi comunali e convenzionati.

NAPOLI: Sono 30 gli asili nido comunali più altri 2 che saranno inaugurati entro settembre. Le richieste di iscrizione giunte quest'anno alle strutture competenti sono state 2.418, di questi però solo 1.250 bambini sono stati ammessi. «Con la Regione Campania - ha spiegato l'assessore comunale all' Istruzione Gioia Rispoli - abbiamo siglato un protocollo per ottenere fondi che serviranno per aprire 10 nuovi asili nido, cosa che ci permetterà di soddisfare tutte le richieste».

PALERMO: I 24 asili nido comunali hanno di 980 posti. Sono state presentate 1808 domande di cui 828, valide, ma non accolte per mancanza di posti. Inoltre altri 28 bimbi sono stati esclusi dopo che i genitori avevano presentato la domanda per due asili.

LE RETTE: Due esempi per comprendere la complessità delle rette: A Reggio Emilia nei nidi d'infanzia comunali e convenzionati si va da 61 euro a 491 secondo le fasce di reddito, nelle scuole d'infanzia comunali da 61 a 199 euro, in quelle statali da 61 a 148 euro. A Napoli Le famiglie pagano una retta mensile che varia dai 15 euro (per un reddito fino a 6.250 euro annui) ai 200 euro per redditi superiori ai 25 mila euro.

Senza telefono per due mesi: Telecom condannata a pagare "danno esistenziale"

GROSSETO (5 settembre) - Ha lasciato per due mesi senza telefono e internet una signora di Grosseto. Per questo la Telecom è stata condannata a risarcire la donna con 435 euro ma soprattutto a pagare altri 500 euro di "danno esistenziale.

La vicenda. La signora di Grosseto è rimasta per 58 giorni - dal 1° aprile al 28 maggio 2008 - senza i servizi della Telecom (prima la linea telefonica, poi l'Adsl) per i quali aveva sottoscritto il contratto. Poi la stessa compagnia telefonica le aveva chiesto 80 euro per il riallaccio dell'utenza.

«Danno esistenziale». La donna si è rivolta quindi alla Confconsumatori Toscana che ha citato la compagnia telefonica di fronte al giudice di pace. Il giudice ha condannato la Telecom al pagamento di 435 euro per il disservizio (calcolando una penale di 7,5 euro al giorno). Altri 500 euro la compagnia li dovrà pagare invece per il "danno esistenziale" subito dalla signora che non ha potuto usufruire del servizio telefonico. La Telecom dovrà poi pagare altri 1477 euro per le spese legali.

Il giudice di pace di Grosseto, per motivare la condanna a risarcire il danno esistenziale, scrive che «non vi è dubbio che sia derivato un danno ingiusto per il comportamento della società telefonica che ha dimostrato indifferenza e insensibilità nella gestione del disservizio, non intendendo fornire alcun riscontro positivo alle varie richieste e solleciti ricevuti».

Fondazione Ebri, giudice blocca sfratto Montalcini: riprendiamo il lavoro

ROMA (5 settembre) - Il giudice del tribunale civile di Roma ha bloccato fino al 23 settembre lo sfratto alla fondazione Ebri, il centro ricerca del premio Nobel Rita Levi Montalcini. In particolare il giudice ha fermato il distacco dei servizi che la fondazione Santa Lucia aveva iniziato ad attuare dopo la richiesta di rientrare in possesso dei locali a suo tempo concessi in comodato alla fondazione della professoressa Montalcini.

Il giudice ha stabilito che nel frattempo le parti (fondazione Ebri e fondazione Santa Lucia) possano provare a trovare un accordo che, se non verrà raggiunto, determinerà una decisione del giudice il 23 settembre prossimo.

La decisione del giudice di sospendere lo sfratto e bloccare il distacco delle utenze è stata accolta con un lungo applauso e anche anche nei locali del tribunale di Roma sono proseguite le dimostrazioni di solidarietà alla professoressa Montalicini

«Il minimo indispensabile perché al momento possa riprendere l'attività di ricerca dell'Ebri»: la professoressa Montalcini commenta così la decisione
del Tribunale.

Texas, risarcimenti milionari a innocenti in carcere: 80mila dollari per ogni anno

A un ex detenuto 2,2 milioni per 27 anni. La maggior parte delle condanne ottenute sulla base di testimonianze oculari




dal nostro corrispondente
Anna Guaita
NEW YORK (5 settembre) - Si chiamano ”exonerees”. Sono coloro che sono stati imprigionati e condannati per sbaglio, e che sono stati rilasciati con formula piena. Il loro numero negli Usa è andato crescendo negli ultimi anni, grazie al fatto che con il test del Dna molti innocenti hanno potuto provare di non aver compiuto i crimini per cui erano stati condannati. Ventisette dei cinquanta Stati degli Usa hanno anche delle leggi per ripagare chi sia stato vittima di una cattiva amministrazione della giustizia. E da questa settimana lo Stato più generoso di tutti è anche quello che in genere viene giudicato il più severo: il Texas.

Con il ”Tim Cole Compensation Act” lo Stato garantirà 80 mila dollari di risarcimento per ogni anno trascorso in prigione, più un vitalizio di 40-50 mila dollari annui. L’ex prigioniero riceverà anche 120 ore di corsi universitari, potrà frequentare corsi professionali, e riceverà cure mediche e dentistiche. Gli verrà offerta anche l’assistenza di un consigliere finanziario: purtroppo una volta incassata una grossa cifra, molti di questi individui cadono vittime di imbroglioni, o di familiari sanguisughe. Fa lezione il caso di Wiley Fountain, che fu rilasciato nel 2002 dopo essere stato in prigione 16 anni per uno stupro che non aveva commesso. Allora il Texas si limitò a mettergli in mano un assegno di 190 mila dollari e indicargli la porta d’uscita della prigione. Abbandonato a se stesso, Fountain sperperò l’intera cifra, e finì senzatetto, povero e disperato, nelle strade di Dallas.

La legge ”Tim Cole” prende il nome da Timothy Brian Cole, un detenuto che è stato di recente dichiarato innnocente dello stupro di di una giovane donna nel 1985. La vicenda di Cole è una delle più tragiche della storia giudiziaria texana: già nel 1995 il vero colpevole dello stupro si era fatto avanti, e la stessa vittima, Michele Mallin, aveva chiesto che il processo venisse riaperto. Ma le lentezze della legge e la diffidenza dei procuratori tirarono le cose in lungo e Cole morì in prigione nel 1999, di un attacco di asma.

Con la legge dedicata al suo nome, lo Stato cercherà di portare un po’ di speranza a tutti coloro che come Cole sono stati chiusi in prigione per anni. Fra i primi a godere dei risarcimenti ci saranno James Woodward, Stephen Phillis e Thomas McGowan, che sono stati in prigione rispettivamente 27, 24 e 23 anni. A Woodward andranno circa 2 milioni e 200 mila dollari, a Phillis 2 milioni e a McGowan un milione e 800 mila. Possono sembrare tanti soldi, ma non bisogna dimenticare il lungo tormento che questi individui hanno dovuto subire: «E’ stato un inferno, una schiavitù», ha detto McGowan. Un altro ex-detenuto, Keith Turner, rilasciato dopo cinque anni, ha chiesto retoricamente: «Sareste disposti ad abbandonare la vostra famiglia e la vostra carriera, a lasciare gli studi, a rinunciare alla libertà, per 80 mila dollari all’anno?».

L’Innocence Project, una organizzazione che difende i diritti dei prigionieri ha contribuito a far mettere in libertà 242 individui condannati ingiustamente in 33 Stati. Il Texas conduce con il numero maggiore di exonerees: 38. Nella schiacciante maggioranza dei casi, queste condanne sono state effettuate sulla base di testimonianze oculari. Se non fosse stato inventato il test del Dna, e se non ci fossero stati avvocati disposti ad aiutarli gratuitamente, probabilmente tutti i 242 exonerees sarebbero rimasti in prigione. Diciassette di essi non ne sarebbero usciti vivi: erano stati condannati a morte.